Diretta dei Cecoslovacchi alla Punta Ferrario in Val Masino


C’è una punta in Val Torrone che non è quasi mai presa in considerazione, si tratta di una piramide di granito alta 3258m che, solcata da diverse vie, svetta appena a monte del Pizzo del Torrone: stiamo parlando di Punta Ferraio.
Un po’ per caso e un po’ per sfida Giacomo Regallo e Paolo Marazzi hanno deciso di salire sulla punta e per farlo hanno deciso di seguire la Diretta dei Cecoslovacchi, la via aperta nell’estate del 1980 e mai più ripercorsa completamente. Questa via, che porta i nomi di Ciernik, Hyuny, Marek e Piacek, è caratterizzata da gradi severi (VI A2) e quindi non è sicuramente tra le più facili, ma Giacomo e Paolo hanno deciso ugualmente di intraprendere l’ascesa, favoriti anche dalle condizioni della roccia non particolarmente bagnata.
  1. Come avete deciso la vetta da raggiungere? Quali erano i vostri piani?
    Come spesso accade i piani che avevamo in mente io e Paolo erano completamente diversi. L’idea iniziale era infatti quella di scalare una cresta, probabilmente mai percorsa. La sera prima della nostra partenza però alcuni amici, nonché fini conoscitori della valle, ci hanno fatto desistere.
    L’idea di andare a provare a  liberare questa via era nella nostra testa da qualche tempo, così il cambio improvviso di programma e la possibilità di trovare finalmente asciutto il grande diedro centrale sicuramente ha contribuito
  2. Come vi siete approcciati alla salita?
    Per quanto riguarda la scelta dell’attrezzatura , fin da subito abbiamo deciso di partire il più leggeri possibile. “Ferramenta” ridotta al minimo sindacale come anche il cibo. Abbiamo poi optato per un cordino da recupero in modo da poter recuperare il sacco sui tiri più duri, lasciando al secondo di cordata la possibilità di scalare senza peso sulle spalle.
    Dopo aver dormito al bivacco Manzi, ci siamo svegliati presto la mattina e abbiamo verificato che il tempo fosse buono, poi ci siamo incamminati e dopo 40 minuti abbiamo raggiunto l’inizio della Diretta. Sono partito io sui primi tiri e poi ci siamo alternati, in questo modo abbiamo raggiunto piuttosto rapidamente la base del diedro. Qui sono partito ancora io, il grado era abbastanza stretto ma tutto sommato non così proibitivo. Segue Paolino sul tiro seguente che liberiamo entrambi. Passato il diedro ci aspettava la seconda metà dell’ascesa, che abbiamo affrontato con ritmo costante nonostante i tiri non banali.
  3. Quanto tempo avente impiegato nella salita e quanto nella discesa? (eventualmente scrivere se la discesa è avvenuta per un’altra via)
    La salita è filata piuttosto liscia e dopo circa 6 ore di salita, verso le 14 siamo arrivati in cima.
    Tutto un altro discorso invece è stata la discesa. Le relazioni che avevamo erano piuttosto chiare per quanto riguarda la linea da seguire, ovvero le soste a chiodi della linea di salita della vicina via Taldo.
    Avevamo già messo in conto di dover cambiare qualche cordino, non avevamo però previsto di dover attrezzare dal nulla alcune soste in quanto decisamente troppo vecchie o pericolose.
    Dopo innumerevoli calate, soste ed anche una risalita per sbloccare le corde incastrate tocchiamo terra e ci dirigiamo verso la meritata cena a casa.
  4. Qual è stato il punto più impegnativo?
    Sicuramente la parte centrale della via, ovvero il diedro strapiombate, è stata la sezione più dura.
    Ci tengo però a precisare che anche gli altri tiri sulla carta più semplici, non sono di certo una passeggiata.
    Tutte le vie aperte dai cecoslovacchi in val Masino sono tutt’altro che banali!
  5. Avete mai pensato di mollare?
    Durante la salita mai, fin dai primi tiri tutto è filato senza intoppi o titubanze. La nostra più grossa incognita era legata al fatto di trovare il diedro abbastanza asciutto per poter essere scalato in libera, ma ce l’abbiamo fatta.
  6. Come ci si sente a percorrere una via che è stata battuta completamente per l’ultima volta 40 anni fa?
    L’ultima ripetizione conosciuta della via risale al 2004, ovvero della prima salita in solitaria ed invernale da parte del Simo (Simone Pedeferri).
    Da quel giorno di marzo non credo che la via abbia visto nessun’altra persona.
    Sicuramente ripetere le vie di questo gruppo di alpinisti cecoslovacchi è sempre un grosso punto interrogativo, spesso i gradi riportati non corrispondono alla loro effettiva difficoltà. All’epoca infatti nell’est Europa la scala di difficoltà arrivava solo fino al VI grado e dato che queste vie risultavano essere tra le più dure da loro aperte il grado riportato è appunto il VI.
    Inoltre c’è anche da sottolineare come la loro motivazione nel realizzare una salita spesso li portava a prendersi dei rischi che non tutti saremmo disposti a prendere!
  7. Quale sarà la prossima avventura?
    Il taccuino su cui appunto tutti i progetti e sogni che mi piacerebbe realizzare è sempre colmo di idee. Il nostro obiettivo principale è la salita integrale della cresta del Cameraccio, realizzata per la prima volta nel 2005 dai Ragni (Simone Pedeferri, Alberto Marazzi e Matteo Bernasconi) e mai più affrontata; non appena le condizioni ed il tempo ce lo permetteranno proveremo a percorrerla.
    Se il tempo ci assiste, vorremmo inoltre andare a mettere le mani su una delle più remote pareti della vicina val di Zocca che, ad oggi, risulta ancora libere da vie.
     
 

Lo scarpone da alpinismo che Giacomo ha utilizzato per questa impresa è il: G-RADIKAL GTX

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