Intervista a Giors


Intervista a Giors

 

Giors è un cantautore piemontese che ha deciso di abbracciare l’anonimato. 

L’artista ha, infatti, scelto di concentrare tutta l’attenzione dei suoi uditori sui testi e sulla musica dei suoi brani, eludendo, in tal modo, il rischio che l’immagine possa inficiare l’ascolto delle parole e del loro denso significato. Di qui, l’esigenza di dar vita a canzoni che siano in grado di dipingere una realtà “alternativa”, in cui le persone possano essere capaci di generare armonia e di riconoscere se stesse e gli altri, affrancandosi dalla tentazione di omologarsi ai pensieri e comportamenti altrui. 

L’ultimo singolo di Giors è “Pietre”, ispirato, quest’ultimo, al piacere della montagna, al valore e alla storia delle pietre che ci circondano. 

In questa intervista emerge  l'amore per la montagna di Giors in tutte le sue sfumature, partendo dalla sua musica intraprenderemo insieme una camminata virtuale che ci farà scoprire nuove atmosfere, letture e suggestioni che vengono sublimate in una foto, selezionata direttamente dall'archivio personale del cantautore, come sintesi finale di questo percorso. 

Buona lettura.

 

Partiamo da una breve presentazione: chi è Giors?

Dicono sia una persona che lavora molto, che prende ciò che fa parecchio sul serio, a cui piace la musica e di tanto in tanto, cogliendo gli spunti che la vita offre, scrive canzoni da ascoltare. Preferisce ascoltare che parlare e non è particolarmente attratto dalla vetrina, bensì dall’armonia delle parole e dalla concretezza dei fatti ispirati dai sogni. Gli piacciono molto la montagna e le curve in neve fresca e un sacco di altre cose. Il resto penso lo si percepisca dai brani che ho scritto. 

 

Sappiamo che ama vivere e respirare la montagna, come si prepara, fisicamente e psicologicamente, a una camminata in montagna?

Mi tengo abitualmente in forma con l’attività di giardinaggio; mi nutro per lo più secondo i criteri della dieta mediterranea; leggo per conoscere meglio le zone che ancora non ho visitato; mi informo sul meteo della zona dove intendo fare l’escursione; cerco di portare con me qualche strumento per fare fotografie; preparo uno zaino ‘leggero’ e parto verso la meta prefissata. 

 

Quanto è importante il silenzio, anche nell’atto del camminare e quali sono le sensazioni che scaturiscono e La pervadono nel corso di un’escursione?

Per me il silenzio nell’atto del camminare è paragonabile a quello necessario per ascoltare una buona musica o una buona canzone: un silenzio visivo e di suoni che permette di interiorizzare immagini e momenti sonori da cui magari estrarre qualche buona combinazione di note musicali. E proprio grazie al silenzio riesco a percepire il vento tra le foglie, il suono di un ruscello, il canto degli uccelli all’alba, il fischio della marmotta, il suono sordo delle testate degli stambecchi che più in alto stabiliscono i confini del loro territorio, il tuono della valanga. Tutte cose che registro in me stesso e che riprendo nella memoria quando sento di averne bisogno: mai provato ad evocare il colore e il suono del torrente montano in una calda e afosa giornata da vivere in città? Trovo che il richiamo di certe immagini naturali sia davvero rigenerante. E poi mentre cammino accompagnato dal ritmo del mio passo trovo sia più facile l’arte del pensare. 

 

Parliamo della sua musica, qual è stata la “scintilla” che ha fatto scaturire la scrittura di uno dei suoi ultimi singoli “Pietre”?

Più che di una scintilla si è trattato di una sintesi di diversi fatti: la ri-lettura di “Le Antiche Vie” di R. Macfarlane, un’ascensione della Maledia sopra il rifugio Pagarì, il ricordo di un viaggio in Islanda, il pensiero ricorrente di un amico scomparso che nella sua qualità di geologo mi ha trasmesso l’interesse per le pietre così da portarne a casa da ogni viaggio che ho fatto, nonché la ‘magia’ che attribuisco agli scavi archeologici. E tutte queste cose hanno come comune denominatore la modalità silenziosa che le pietre hanno di trasmettere sensazioni, emozioni, informazioni e ricordi. 

 

Quando è nata la canzone e quali sono state le fasi del processo creativo?

Le cose che scrivo nascono, con l’ausilio di un pianoforte o di una chitarra, dal mettere insieme quelle sensazioni ed emozioni che penso possano spostare almeno per qualche minuto l’attenzione quasi ossessiva sulle cose che dobbiamo fare nel quotidiano verso un punto di vista ‘‘inutile ai fini della crescita del mercato’’, ma non escluderei invece possa essere utile ad aprirci a prospettive diverse nella scelta di sentieri più premianti non soltanto per il paesaggio che ci regalano. 

 

Recita il suo brano: «Le pietre sono memoria / sentiero silenzioso / tessuto di un tempo / che molto spesso proviamo a interpretare / per affermare noi stessi / più che rivelarne il senso». Che cosa La affascina maggiormente delle pietre e dei loro significati?

Le pietre hanno visto come la storia è accaduta, senza fronzoli o manipolazioni. Sono attendibili testimoni del tempo che è stato e custodiscono segreti. Nel saperle leggere abbiamo un’ottima occasione per comprendere meglio le nostre radici al di là di tutte le ideologie che non di rado offuscano la realtà. “Mi dicono dove devo passare” dice la canzone ed in questo modo possono diventare xenopia per il nostro camminare verso il futuro. Quando frequento la montagna il loro fascino sta per me nel sentirle ruvide e sicure sotto la mano, percepirle come punto di appoggio certo nel proseguire verso la meta, pensarle come i mattoni di grandi cattedrali tese verso il Cielo. 

 

Lei è riuscito a «rivelare il senso» di questo tempo?

Il senso di questo tempo non penso sia diverso da ciò che è stato nei secoli trascorsi: sono diverse le forme attraverso cui le cose di manifestano, ma la matrice è sostanzialmente la stessa, perché le componenti antropologiche dell’essere umano rimangono le stesse e si dibattono in noi. E’ un tempo connotato da una tensione forte alla vita; dalla ricerca di una condizione migliore; dalla volontà di gruppi di persone di avere un ruolo in sostituzione di altre che resistono al cambiamento; dalla negazione del valore della competenza eccezion fatta per quella che chiamo ‘competenza di relazione’; da un senso di smarrimento di fronte all’impotenza della Politica di lavorare per la res publica; da una serie crescente di paure che ci spingono a chiuderci nel ‘sottovuoto del nostro uniegoverso’ per poi esplodere nella violenza dei “leoni da tastiera”, in fondo una forma di circo dove i veri gladiatori sono la minoranza che ha il coraggio di esprimere le proprie idee con l’autorevolezza delle argomentazioni e non con gli insulti o altre forme di violenza. Un tempo dunque di cose buone e cose non-buone, alla ricerca di uno scarseggiante buon senso e nella constatazione che la vita non è riconducibile ad un singolo click. Ma anche un tempo in cui sembra essere crescente la mediocrità e i tuttologi insieme al virus del negazionismo, il tutto supportato dall’affermazione del pensiero corto. 

 

Qual è la pietra – o le pietre – cui è più legato, simbolicamente? E qual è, invece, una “pietra” che ama scalare o sentire sotto i Suoi piedi?

Simbolicamente, la roccia da cui Re Artù estrasse la sua spada. Tra quelle definite ‘preziose’ lo smerando perché ha il colore della Speranza. Tra le altre: tutte, perché piccole o grandi che siano in ogni mia escursione mi hanno permesso di raggiungere altri punti di vista e nuovi orizzonti. Beh, ad essere sincero quelle che mi danno un po’ fastidio sono le rocce friabili su vie impegnative, ma anche il detto dice che nessuno è perfetto, così le pietre. 

 

Il singolo nasce dalla Sua passione per il camminare: quali sono i sentieri che preferisce percorrere? E quali, invece, quelli che La spaventano o che non è ancora riuscito a fronteggiare?

Preferisco quelli che mi permettono di raggiungere buone altitudini senza troppo trasferimento. Per quanto riguarda la seconda domanda il tutto dipende dalle condizioni esogene e psico-fisiche di quel momento, di quella giornata. Ci sono giorni in cui riesce bene tutto e si trova il coraggio necessario per vincere la paura, altri no e per quel giorno occorre rinunciare per riprovarci in un’altra occasione. L’importante è non fare lo sbruffone sottovalutando i rischi che si possono incontrare: la montagna, come tutte le cose cha hanno valore, va rispettata sempre e per me è una grande palestra di buon senso e di coraggio. I sentieri e le vie che vorrei percorrere sono comunque ancora tanti anche se non di rado mi piace ripetere quelli già conosciuti: provo la stessa sensazione che vivo nel rivedere più volte lo stesso bel film e scopro cose, dialoghi, colori e forme che prima mi ero perso. 

 

Infine, le abbiamo chiesto di scegliere una foto dal suo archivio personale che raccontasse cos’è la montagna per lei, ce la può raccontare?

Ho scelto questa fotografia che ho fatto di ritorno dalla Maledia. Confesso, la montagna per me significa arrivare in vetta senza perdersi il bello di tutto il percorso che si è fatto per raggiungerla o la meraviglia della discesa che offre il fuoripista. La località in cui si trova la Maledia è splendida; le possibilità di cimentarsi con le sue difficoltà sono variegate; il paesaggio mozzafiato; il senso positivo di vertigine che ti coglie quando dalla vetta vedi da un lato il Rifugio Pagarì e i laghi di un colore blue incredibile dall’altro versante, laggiù in fondo e poi lo sguardo si allarga ad altre ‘cattedrali’, dall’Argentera ai Gelas, dal Monviso al Cervino al Rosa sino a sentirti appagato di quel momento di Paradiso che ci si è conquistati senza barare. Si avverte oggi, nel silenzio, un forte monito nel camminare per i monti: vedere che là dove sino a quaranta anni fa c’erano ancora ghiacciai consistenti ora resistono a malapena fazzoletti di ghiaccio che dovrebbero convincerci ad accelerare tutte le misure sostenibili per preservare questa nostra Madre Terra. Con questo auspicio auguro a tutti un meraviglioso 2021. 

Ascolta il Singolo:  PIETRE

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Garmont - Intervista a Giors
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